Quando soffia il vento

Stiamo vivendo un periodo storico particolare. Se i nostri nonni hanno lottato per la loro libertà, sono fuggiti da persecuzioni, hanno vissuto la fame – noi oggi stiamo vivendo tutt’altro tipo di scenario. Uno scenario meno drammatico, una battaglia che si combatte più nella nostra mente che sui campi di battaglia o nelle persecuzioni razziali. È il momento di essere adulti.

La mia esperienza personale

Sono ormai 15 anni che mi dedico al soccorso sanitario. Si può dire che sia un’altra faccia della mia anima. In questo momento storico così particolare, dunque, mi sto dedicando anche a dare una mano “sul campo” oltre che attraverso la mia libera professione olistica.

In servizio su ambulanze del 118 in una città come Milano, considerata oggi come l’epicentro di questa epidemia, ho potuto sondare personalmente la portata di questo fenomeno così importante. In particolare, ho potuto appurare come ognuno di noi -da questa e dall’altra parte della mascherina- stia vivendo al suo interno questa situazione.

Personalmente, ho cominciato a pormi qualche domanda quando la cittadinanza, dai balconi, ha cominciato ad applaudirci al passaggio con l’ambulanza. I motociclisti e gli automobilisti, incrociandoci, ci salutavano acclamandoci come salvatori della patria. Fuori dagli ospedali hanno cominciato a spiccare striscioni “Medici e infermieri siete i nostri eroi”. Poi sono apparse le bandiere tricolori passando per flash mob patriottici che non vedevo dall’ultima volta che l’Italia vinse i mondiali di calcio.

Tutto questo osannare il personale sanitario e sociosanitario mi era già apparso di per sé sintomatico, ma non era ancora finita.

Già, perché poi sono apparsi gli slogan “Andrà tutto bene“. Ovunque. E su ogni social è cominciata la propaganda “Io resto a casa”. A quel punto, ognuno si è sentito legittimamente in dovere di dire agli altri cosa fare: “stai a casa”, “pensa ai più deboli”, “per colpa tua rischio io”.

Di questi tempi io a casa ci sto ben poco. Sono sempre in giro, passando da una missione di soccorso all’altra. Ormai, più di 8 missioni su 10 sono per sospetti casi di COVID-19. Riesco a vedere poco la mia famiglia, ma vedo quotidianamente il resto della popolazione, e ciò che vedo mi lascia perplesso.

Potrei scrivere pagine e pagine di testimonianze su ciò che sto osservando. Chi ci osanna, chi scappa da noi, chi grida di paura, chi ha smesso di fare servizio, chi è pronto ad aggredire il proprio vicino di casa nel dubbio che sia contaminato. E chi si prende cura dei propri cari, indossando sì i dispositivi protettivi, ma senza per questo vivere il prossimo suo come una minaccia. Chi si dedica al volontariato. Chi è rimasto un essere umano e non un potenziale untore da eliminare.

Di tutto questo, tuttavia, ciò che mi ha fatto riflettere di più è riassumibile nell’immancabile “Andrà tutto bene” che campeggia ovunque.

Essere adulti

Partiamo dal significato di essere adulti. Ne ho già discusso ampiamente, commentando un testo stupendo di Janusz Korczak. In questo testo, c’è un passaggio che recita:

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici. Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.
Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.

Alla luce di questo passaggio, la domanda che mi sono posto è: “Cosa c’è di adulto nello slogan Andrà tutto bene?”. Quello che vedo, in chi sostiene questo slogan, è un atteggiamento di negazione, un non voler vedere la situazione attuale coprendosi gli occhi e sperando che un domani, magicamente, sparirà tutto.

In altre parole, dietro a uno slogan solo apparentemente foriero di speranza, vedo una netta negazione della realtà e tanta, tanta paura. Negazione della propria responsabilità personale a fronte di un affidarsi cieco, come bambini impauriti, a dei “grandi” che possano salvarci, stile Marvel: gli “eroi” negli ospedali e sulle ambulanze.

Se è pur vero che oggi è importante ricordarsi di essere umani e agevolare atteggiamenti solidaristici -come del resto dovrebbe esserlo sempre, no?-, è altrettanto vero che tutto ciò non può accadere a discapito dell’accettazione della realtà e dell’assunzione di un atteggiamento responsabile a riguardo. 

Accettare la realtà

Accettare la realtà è il passaggio fondamentale per poterla trasmutare. Non è possibile risolvere una situazione che non si è disposti ad accettare. Qualunque conflitto, qualunque problema, qualunque situazione deve essere vistaaccettata. Bisogna osservarla, restarci presenti, sentire le proprie emozioni a riguardo. Ognuno gioca con le carte che gli danno: in questo momento storico le nostre carte sono queste. E quindi?

Spesso mi sento rispondere: “Non è così facile.”. È vero, a volte non lo è. Ma è sempre possibile. A volte non è facile solo perché non si sa come farlo. Dunque desidero aiutarti in questo processo lanciandoti una piccola provocazione: e se questa situazione non dovesse finire mai?

Ogni tanto penso a come potesse essere la vita durante la seconda guerra mondiale. Mentre la si viveva, probabilmente, non si riusciva a vederne la fine. Come avrebbero potuto sopravvivere i nostri antenati per un numero imprecisato di anni solo chiudendo gli occhi e sperando che un domani tutto sarebbe stato diverso grazie all’intervento di qualcun altro? Non sarebbe stato possibile! La realtà di quegli anni era quella ed è stato necessario accettarla e adattarvisi per poterne uscire.

La tempesta

Disse Gandhi:

La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.

Vivere (responsabilmente e da adulti) non è aspettare che passi il COVID-19 raccontandosi che andrà magicamente tutto bene un domani. Vivere (responsabilmente e da adulti) è imparare a essere vivi anche durante questa epidemia. Oggi. Ora.

Dunque, se questa epidemia dovesse durare per sempre, cosa faresti? Come cambieresti il tuo modo di pensare, il tuo modo di rapportarti alla vita? Quali cambiamenti interiori saresti disposto a fare? Cosa, di te, saresti disposto a mettere in discussione per vivere oggi? Come potresti crescere, o continuare la tua crescita personale, in questa situazione? In che modo potrebbe tramutarsi in un’esperienza potenziante per te?

Imperversa la tempesta, il vento soffia: costruirai muri o mulini a vento?

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