La mappa non è il territorio

Arthur Schopenhauer disse: «Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.». Con poche parole riuscì a rendere un aspetto tanto semplice quanto fondamentale della natura umana. È spontaneo, per noi, porci al centro della nostra esperienza e usarci come metro della realtà. Non mi riferisco in questa sede tanto all’accezione egocentrica di questa considerazione, quanto piuttosto a un tratto più sottile, determinato dalla nostra capacità di percepire la realtà e, soprattutto, dalla nostra innata tendenza a interpretarla.

È quantomeno ingenuo ritenere di potere fare un’esperienza oggettiva della realtà. Tutto ciò di cui noi facciamo esperienza, infatti, è limitato da almeno due fattori:

  1. ciò che siamo in grado di percepire;
  2. l’interpretazione che diamo di ciò che percepiamo.

La percezione

Il primo di questi fattori è il più semplice, concettualmente parlando, da realizzare ed è sintetizzabile così: percepiamo unicamente ciò che è nelle nostre possibilità percepire. La nostra percezione della realtà avviene attraverso i cinque sensi e ognuno di questi ha i suoi limiti: non possiamo udire qualunque tipo di suono, non possiamo vedere qualunque tipo di luce e via discorrendo. Non mi soffermo in questa sede sulle implicazioni di questo concetto perché non è lo scopo di questo articolo. Quello che è importante capire e, soprattutto, accettare, è che esiste un universo intero che noi, semplicemente, non percepiamo. E il fatto di non percepirlo può indurci a credere che non esista, ma non è così. Negarlo significa comportarsi come i bambini che, nascondendosi dietro una tenda, credono di diventare invisibili solo perché loro non vedono più niente.

L’interpretazione

Il secondo fattore è quello che mi interessa invece illustrare in queste righe. Ciò che riusciamo a percepire, comunque, non arriva e non può arrivare in maniera oggettiva. La percezione è sempre e comunque filtrata tanto dai nostri organi di senso, tanto dalla nostra mente.

È umano e bisogna accettarlo, rinunciando alla pretesa di obiettività, per poter prendere atto delle proprie dinamiche e poterle trasmutare.

Ognuno di noi, nella sua testa, ha delle rappresentazioni di se stesso e del mondo circostante. Guardiamo a noi in un certo modo e, parimenti, guardiamo agli altri e alla vita in un certo modo. È importante realizzare che come noi guardiamo descrive qualcosa di noi, non degli altri. Ecco perché alla base di un serio lavoro di crescita personale c’è sempre l’auto-osservazione!

La mappa

Alfred Korzybski ha reso bene questo concetto con l’espressione «La mappa non è il territorio». La mappa, ovvero la tua rappresentazione della vita, non è la vita stessa. Prova a pensarci: sei mai stato attorno a un fuoco, la sera? Hai presente la sensazione dell’aria, l’odore dell’erba attorno, della legna, il crepitio del fuoco? Il peso, la consistenza, il colore dei tuoi pensieri e delle tue emozioni? E ora prova a immaginare, semplicemente, un fuoco di bivacco: ti trasmette le stesse sensazioni? Ovviamente no!

Questo esempio, nella banalità, ti dimostra come una rappresentazione di qualcosa non sia veramente quella cosa. Puoi rappresentare nella tua testa quei pensieri, quelle emozioni, ma l’esperienza non sarà mai identica a quella che si prova vivendola. Ed ognuno di noi vivrà quell’esperienza a modo suo. Non può essere che così.

E se ora ti chiedessi di pensare a qualcosa di lontano dalla tua esperienza diretta? Per esempio, hai mai pensato agli amori giovanili della tua vicina di casa novantenne dell’ultimo piano? Quanto scommettiamo che la sua esperienza sarà diversa dalla tua?

I significati

Il fatto è che noi possiamo sì percepire degli stimoli, ma uno stimolo, di per sé, non ha un significato intrinseco. Siamo noi ad attribuire significati. Lo stesso tramonto può far gioire te e piangere me. Il tramonto, in sé e per sé, non è che un tramonto.

Il significato che attribuisci a quel tramonto non è altro che il frutto della tua mappa.

Pensaci bene ogni volta che ti senti nella posizione di giudicare qualcuno. Se una bella donna, in strada, sorride a un passante, che fa? È una ragazza di cuore? È una svergognata? È innamorata? O forse è solo irresponsabile?

Tu non sei quella donna, è certo. Ed è altrettanto certo che ciò che, istintivamente, hai pensato e vissuto assistendo a quella scena potrà aiutarti concretamente a conoscerti meglio. Se osservi la tua reazione senza giudicarla potrai scoprire un altro pezzetto della tua mappa personale.

È importante che non ti giudichi per quello che provi. Ciò che hai pensato, ciò che hai provato, non sono altro che il frutto della tua mappa e non descrivono che persona sei. Al contrario, descrivono molto bene qual è la tua mappa.

Per esempio, osservando le tue emozioni e accettando che siano tue e solo tue, potresti accorgerti che un evento che quella donna ha vissuto con apparente leggerezza, per te, ha rappresentato una minaccia. Se resti presente a quella sensazione dove arrivi? Che cosa, nella tua storia o nella storia del tuo sistema, ti ha condizionato facendoti costruire quella mappa?

E ora che hai preso coscienza di questo tuo pezzetto di mappa, cosa progetti di fare in merito? Come sai, la responsabilità, ovvero la tua capacità di scegliere come agire, è fondamentale in un lavoro di crescita personale.

Quanti pezzi della tua mappa hai già scoperto? Cos’hai potuto osservare di te, riconoscendo quei pezzi di mappa?

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