Essere adulti

A Gerusalemme c’è una statua. È stata eretta in memoria di un grande uomo. Il suo nome reale era Henryk Goldszmit, ma è maggiormente noto al pubblico col suo pseudonimo di Janusz Korczak. Su quest’uomo si potrebbero dire tante cose, ma non è questo lo scopo di questo articolo.

Janusz Korczak ha dedicato la sua vita ai bambini. L’ha fatto fino all’estremo. Dedicarsi così tanto ai bambini gli ha permesso anche di delineare con rara lucidità cosa voglia dire essere adulti, poiché molto spesso i criteri che si adottano per definire una persona “adulta” non sono così appropriati.

Il testo che segue spiega molto bene cosa significa “essere adulti” secondo la sua visione, che è assolutamente condivisibile nell’ambito di un lavoro sistemico.

Adulto è colui che ha preso in carico il bambino che è stato, ne è diventato il padre e la madre.

Il primo concetto espresso è quello del “prendere in carico”. Non si può scegliere di ignorare il bambino che siamo stati. Non è qualcosa che è stato e che non ci riguarda più. Al contrario, è una parte di noi ben viva che richiede di essere vista ancora oggi.

Adulto è colui che ha curato le ferite della propria infanzia, riaprendole per vedere se ci sono cancrene in atto, guardandole in faccia, non nascondendo il bambino ferito che è stato, ma rispettandolo profondamente riconoscendone la verità dei sentimenti passati, che se non ascoltati diventano presenti, futuri, eterni.

Tutti noi abbiamo le nostre ferite. Pensare di non averne è semplicemente scegliere di voltarsi a guardare dall’altra parte in una sorta di auto-sabotaggio. Avere ferite è una cosa comune a tutti gli esseri umani. Non volerle vedere (per esempio, per proteggersi dal dolore che potremmo sentire ascoltandole) implica non rispettare il proprio bambino e contribuire a cagionargli danno e sofferenza in un crescendo di dolore. È invece importante trovare il coraggio di riportare alla luce del sole il proprio bagaglio di ferite riconoscendone il senso originale, ascoltarle fino in fondo e sanarle una volta per tutte. Questo processo deve rappresentare un impegno costante e non solo un intervento d’urgenza quando si sta male.

Adulto è colui che smette di cercare i propri genitori ovunque, e ciò che loro non hanno saputo o potuto dare.

Quando si comincia a esplorare il proprio mondo attraverso le Costellazioni Familiari & Sistemiche, appare chiaro a chiunque scelga un approccio onesto che, in un modo o nell’altro, tendiamo a proiettare sugli altri i nostri genitori. Penso che sia una delle cose più umane che ci sia. Tuttavia, deve diventare un’occasione per auto-osservarsi e risolvere i propri conflitti interiori e non un modo per fuggire dalla realtà.

È qualcuno che non cerca compiacimento, rapporti privilegiati, amore incondizionato, senso per la propria esistenza nel partner, nei figli, nei colleghi, negli amici.

Un adulto, semplicemente, è. Basta a se stesso. Il senso della sua esistenza non può e non deve dipendere dall’esterno, utilizzando gli altri come stampella esistenziale.

Adulto è colui che non crea transfert costanti, vivendo in un perpetuo e doloroso gioco di ruolo in cui cerca di portare dentro gli altri, a volte trascinandoli per i capelli.

Se non si affronta il proprio dolore, questo verrà proiettato all’esterno sulle persone attorno a noi. Nell’ambito delle Costellazioni Familiari & Sistemiche, scegliere di ignorare questo aspetto costituisce una mancanza di rispetto nei confronti del prossimo poiché non lo stiamo vedendo per quello è (e, probabilmente, gli stiamo arrecando un danno attribuendogli emozioni, vissuto e fatti che noi abbiamo in sospeso con tutt’altra persona).

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici. Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.
Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.

È facile cadere nella trappola del “Io mi mantengo da solo”, oppure del “Che ci posso fare se l’altro fa così?”. La realtà è che abbiamo sempre la possibilità di assumere un atteggiamento responsabile. In presenza di questo atteggiamento, qualunque concetto di “colpa” viene a mancare.

Sembrano adulti ma non lo sono affatto.

Questa parvenza di essere adulti può ingannare tanto se stessi, quanto gli altri.

Chi da bambino è stato umiliato, chi ha pensato di non esser stato amato abbastanza, chi ha vissuto l’abbandono e ne rivive costantemente la paura, chi ha incontrato la rabbia e la violenza, chi si è sentito eccessivamente responsabilizzato, chi ha urlato senza voce, chi la voce ce l’aveva ma non c’era nessuno con orecchie per sentire, chi ha atteso invano mani, chi le mani le ha temute.

Sono tanti i motivi che possono averci procurato una ferita. A volte sono manifesti, ma a volte hanno scavato un loro percorso nell’inconscio. A volte li abbiamo perfino rimossi. Bisogna sempre avere il coraggio di riconoscere le proprie ferite.

Per tutti questi “chi”, se non c’è stato un momento di profonda rielaborazione, se non si è avuto ancora il coraggio di accettare il dolore vissuto, se non si è pronti per dire addio a quel bambino, allora “l’adultità” è un’illusione.

La Vita chiede verità, coraggio, perseveranza. Non è permesso tirare dritto fingendo che quel dolore non sia mai esistito.

Io ho paura di questi bambini feriti travestiti da adulti, perché se un bambino ferito urla e scalcia, un adulto che nega le proprie emozioni è pronto a fare qualsiasi cosa.
Un bambino ferito travestito da adulto è una bomba ad orologeria.
L’odio potrebbe scoppiare ciclicamente o attendere a lungo per una sola e violenta detonazione; altri preferiscono implodere, mutilando anima e corpo, pur di non vedere.

È proprio così. Personalmente, non conosco nulla di più distruttivo di un bambino ferito travestito da adulto. Che questa distruzione venga rivolta verso se stessi o verso altri -anche le persone che si amano-, la potenza di questa detonazione è inimmaginabile.

Ciò che separa il bambino dall’adulto, è la consapevolezza.

Un bambino non può scegliere e quindi non può essere consapevole, ma un adulto ha il potere -e, in un certo senso, il dovere– di sviluppare la consapevolezza di sé, con tutto ciò che questo comporta, incluso il sentire il dolore che ha dentro.

Ciò che separa l’illusione dalla consapevolezza è la capacità di sostenere l’onda d’urto della deflagrazione del dolore accumulato.

È facile ingannarsi. Che senso ha rappresentare un tema, per esempio, in un workshop o in una sessione individuale di Costellazioni Familiari & Sistemiche, se una volta usciti dallo studio si continua a fare ciò che si faceva prima? Si rischia di ingannarsi, raccontandosi di stare “gestendo” la situazione, ma non è così. Entrare in contatto col dolore significa scegliere consapevolmente di navigare nella tempesta per affrontarla. Altrimenti ce la si sta solo raccontando.

Ciò che rimane dopo che il dolore è uscito è amore, empatia, accettazione e leggerezza.

Se si affronta realmente la tempesta, ciò che si raggiungerà dopo è la quiete. Uno stato di pace a leggerezza difficili da descrivere. Ma questo è uno stadio riservato agli adulti, ovvero agli eroi.

Non si giunge alla felicità attraverso la menzogna.
Non si può fingere di non aver vissuto la propria infanzia.
Non si può essere adulti se nessuno ha visto il bambino che siamo stati, noi per primi.

Queste ultime frasi si commentano da sole.

Ti auguro di cuore ogni bene, ricordandoti che sono a tua disposizione per aiutarti nel tuo processo di crescita personale.

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