Se (Lettera al figlio di Joseph Rudyard Kipling)

Analogamente a Janusz Korczak (vedi Essere adulti), anche Joseph Rudyard Kipling ha composto una famosissima poesia intitolata “Se” e nota al grande pubblico come “Lettera al figlio”.

Si tratta di un testo a valore educativo che vuole suggerire quelle virtù, quei valori, che una volta integrati consentono a ciascuno di definirsi veramente Uomo.

Se saprai mantenere la calma quando tutti intorno a tela perdono, e te ne fanno colpa.Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,tenendo però considerazione anche del loro dubbio.Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia,O essendo odiato, non dare spazio all’odio,Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;

Si introduce da subito quella che io definisco responsabilità. È possibile mantenere la calma quando tutti attorno l’hanno persa (e te ne fanno colpa) solo se si è responsabili del proprio sentire. Il nostro sentire, il nostro “stare”, è sempre in nostro potere e qualunque cosa capiti “al di fuori da noi”, abbiamo sempre il potere di scegliere come reagire.

La fiducia in se stessi, qui, viene descritta in maniera bilanciata: si tratta di qualcosa di sacro, che va alimentata senza però scadere nell’ottusità. Ecco dunque che veniamo invitati a non dubitare di noi stessi, ma non per questo dobbiamo “tapparci le orecchie” e fuggire da un confronto attivo.

L’attesa qui viene descritta come una virtù. Sapere attendere è un’abilità che deve essere sviluppata con pazienza e perseveranza, poiché qui si intente un’attesa attiva, consapevole, e non un’attesa passiva di chi vive con ignavia.

L’ultimo passaggio richiama tanto il concetto di responsabilità, quanto quello di mappa del territorio: ognuno di noi, senza eccezioni, ha una sua personale mappa del territorio (ne parlo qui), ovvero un proprio filtro, normalmente inconsapevole, attraverso il quale interpretare la realtà. Questo filtro veicola continuativamente la nostra percezione di noi e dell’ambiente circostante e, nondimeno, le nostre emozioni. Una persona responsabile è consapevole di ciò, poiché sa che ciò che prova è sua responsabilità (e, di riflesso, sa che ciò prova il prossimo non è di sua responsabilità), quindi sa difendere il proprio giusto confine senza eccedere né in sentimenti di basso livello, né in sentimenti di eccessivo alto livello. Ancora una volta, è l’equilibrio la chiave.

Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,Se saprai confrontarti con Trionfo e RovinaE trattare allo stesso modo questi due impostori.Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai dettoDistorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,O a vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.

Restando in tema di equilibrio, l’invito successivo è quello di coltivare sia la sfera razionale (il “pensiero”), sia la sfera sensoriale (il “sogno”), laddove il sogno non è inteso necessariamente come attività onirica notturna, quanto come capacità di vedere oltre. La raccomandazione di Kipling è dunque quella di conoscere e padroneggiare entrambe le abilità senza indugiare troppo solo su una.

“Trionfo” e “Rovina” vengono maestralmente dipinti come impostori, poiché il vero Uomo sa che nella vita esistono solo risultati e non trionfi o rovine. Dire di qualcosa che è un successo o un insuccesso è semplicemente volerle dare un’etichetta, e quindi giudicarla. L’uomo saggio sa che ogni esperienza va vissuta per quella che è senza giudicarla. Può risultare difficile, specie all’inizio, ma una volta presa questa strada si comincia a vedere la propria vita per quella che è veramente. Questo concetto è reso bene da una famosa storia di cui parlo qui.

Gli ultimi due passaggi, apparentemente distanti, a mio avviso descrivono sfumature differenti di uno stesso tipo di dinamica, ovvero la capacità di accettare e quella di discernere tre ciò che è in nostro potere e tra ciò che non lo è. L’accettazione è una capacità attiva e non fa confusa con un atteggiamento passivo quale, per esempio, la rassegnazione. Accettare è sapere accogliere ciò che ci succede senza rifiutarlo. Significa subire in silenzio? Assolutamente no! Il punto è che non è possibile trasmutare ciò che si rifiuta. Accettare la realtà in cui ci si trova è il primo passaggio per potere poi, se lo si desidera, lavorare per trasmutarla. E questo ci porta alla seconda considerazione, ovvero sapere discernere tra ciò che è in nostro potere e ciò che non lo è. Di questa abilità parlava già Epitteto nel 120 d.C. nel suo celebre Manuale: possiamo agire solo su ciò che in nostro potere, pertanto preoccuparsi, a qualsiasi titolo, di ciò che non è in nostro potere, oltre ad essere vano, è anche dannoso. È in nostro potere, senz’altro, tutto ciò che è al nostro interno, quindi possiamo sempre cominciare da lì.

L’ultimo passaggio invita a quella che, oggi in particolare, viene definita comunemente resilienza. L’invito è quello di accettare che tutto ciò che ci succede capita per una ragione e che a noi è richiesto, innanzitutto, di prendere coscienza di ciò. Anche quando il mondo sembra cascarci addosso c’è un motivo, e noi abbiamo sempre la possibilità di indagarlo, di trasmutarlo e di ricominciare.

Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortuneE rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,E perdere, e ricominciare di nuovo dal principiosenza mai far parola della tua perdita.Se saprai serrare il tuo cuore, nervi e tendininel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,E a tenere duro quando in te non c’è più nullaSe non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”

Devi sapere che la Vita ogni tanto ci mette davanti a delle prove, a delle sfide personali. Fanno parte del nostro cammino. Se vuoi avanzare, devi volere correre dei rischi. A volte ci viene chiesto di osare, di rischiare tutto, di intraprendere progetti che agli occhi degli altri appaiono troppo grandi o azzardati, e ci viene chiesta la capacità di osare e di rischiare. E se le cose non vanno come desideravamo, non bisogna arrendersi si deve tornare in sella e ricominciare. E bisogna anche tacere. Quest’ultimo concetto merita un chiarimento particolare. Saperevolereosare sono principi cardine e permeano il lavoro interiore. Tuttavia si trascura spesso il quarto principio, il tacere. Ogni cosa detta è in qualche modo cristallizzata. Tacere, in questo contesto, non significa “nascondere un fallimento per contenere la vergogna”, bensì significa restare presenti ai propri processi interiori per non dissipare inutilmente energie. È un restare con se stessi, principio ben differente dall’andarsi a nascondere.

Nella seconda metà si approfondisce il senso della fede in ciò che si fa. Quando sembra troppo, quando il gioco sembra troppo duro e quando sembra che ormai non resti altra possibilità che gettare la spugna, lì bisogna ricordarsi di serrare cuore, nervi e tendini, ovvero di farli lavorare assieme, all’unisono. L’azione richiede gesti e richiede anche cuore per potere essere valida. L’invito, nei momenti difficili, è quello di tenere duro e ad avere fede, e questo è l’invito che la Vita stessa ci rivolge.

Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.Se saprai riempire ogni inesorabile minutoDando valore ad ognuno dei sessanta secondi,Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio!

Nel parlare alle folle, così come nel passeggiare coi re, si rischia di perdere di vista il proprio cuore e di cedere alle dinamiche dell’Ego. È importante rimanere sempre nel ricordo di chi siamo veramente. Da una posizione centrata non svilupperemo nemmeno attaccamento o dipendenza dall’approvazione delle persone esterne, riuscendo a vedere il bello -ma soprattutto il senso– di ogni persona che incrociamo nella nostra vita senza per questo corrompere il nostro potere personale.

Da una posizione centrata non si può che riconoscere con enorme gratitudine il valore di ogni singolo istante, poiché è solo nel singolo istante che abbiamo potere e che possiamo cogliere la bellezza della vita.

Rispetto all’ultimo passaggio, ritengo inutile un mio commento e ti invito ad osservare come reagisce il tuo Cuore alle ultime due righe.

Riporto il testo per intero, per comodità di lettura:

Se saprai mantenere la calma quando tutti intorno a tela perdono, e te ne fanno colpa.Se saprai avere fiducia in te stesso quando tutti ne dubitano,tenendo però considerazione anche del loro dubbio.Se saprai aspettare senza stancarti di aspettare,O essendo calunniato, non rispondere con la calunnia,O essendo odiato, non dare spazio all’odio,Senza tuttavia sembrare troppo buono, né parlare troppo da saggio;Se saprai sognare, senza fare del sogno il tuo padrone;Se saprai pensare, senza fare del pensiero il tuo scopo,Se saprai confrontarti con Trionfo e RovinaE trattare allo stesso modo questi due impostori.Se riuscirai a sopportare di sentire le verità che hai dettoDistorte dai furfanti per abbindolare gli sciocchi,O a vedere le cose per le quali hai dato la vita, distrutte,E piegarti a ricostruirle con i tuoi logori arnesi.Se saprai fare un solo mucchio di tutte le tue fortuneE rischiarlo in un unico lancio a testa e croce,E perdere, e ricominciare di nuovo dal principiosenza mai far parola della tua perdita.Se saprai serrare il tuo cuore, nervi e tendininel servire il tuo scopo quando sono da tempo sfiniti,E a tenere duro quando in te non c’è più nullaSe non la Volontà che dice loro: “Tenete duro!”Se saprai parlare alle folle senza perdere la tua virtù,O passeggiare con i Re, rimanendo te stesso,Se né i nemici né gli amici più cari potranno ferirti,Se per te ogni persona conterà, ma nessuno troppo.Se saprai riempire ogni inesorabile minutoDando valore ad ognuno dei sessanta secondi,Tua sarà la Terra e tutto ciò che è in essa,E — quel che più conta — sarai un Uomo, figlio mio! 

 

Le pecore temono i lupi, ma chi le porta al macello?

Non si può certo dire che il 2020 sia stato un anno come gli altri!

Il clima terroristico che lo ha distinto è stato qualcosa che, volenti o nolenti,  ci ha accompagnato continuativamente. In origine era solo la comunicazione mediatica martellante e deliberatamente manipolatoria; poi è accaduto l’inevitabile: quella che doveva essere una situazione straordinaria è diventata improvvisamente ordinaria. Per tanti, è diventata una nuova normalità.

Oggi non stupisce nessuno vedere un conducente d’auto che guida da solo con la mascherina bene aderente a naso e bocca, come non sorprende più vedere persone passeggiare in mezzo al nulla cosmico con mascherina e guanti ben ingellati di disinfettante.

Fino all’anno prima sarebbe stato considerato come minimo ridicolo, per non dire sintomatico. Oggi invece è normale, nonostante non si contino più le evidenze scientifiche che documentano l’inutilità di questa prassi.

Credo che, sociologicamente parlando, si potrebbero scrivere trattati interi su come le masse di persone abbiano reagito a questa situazione contingente, ma io sono un Costellatore proveniente dal soccorso sanitario, dunque mi è sorto spontaneo porgermi una domanda da un altro tipo di prospettiva.

Sarò ingenuo, ma mi sono chiesto cosa spinga tutte queste persone a comportarsi così.

Sarebbe logico dedurre che le persone abbiano paura di morire. Questa psicosi di massa, quindi, potrebbe non essere altro che il frutto di questa paura.

Ora, se questo fosse vero, mi aspetterei di sentire da quelle stesse bocche molti più discorsi orientati al rafforzamento del sistema immunitario, per esempio. Sì, insomma: l’uomo esiste da centinaia di migliaia di anni ed è arrivato fin qui senza vaccini, farmaci, app, mascherine e guanti ingellati di amuchina. Il nostro organismo ha un sistema immunitario che è preposto proprio alla nostra difesa e, nella mia ingenuità, il mio primo pensiero è stato: “Cosa posso fare per aiutare il mio corpo a farsi trovare pronto?“.

L’atteggiamento generale che osservo, tuttavia, non va affatto in questa direzione; sembra piuttosto teso a evitare in qualunque modo il contatto col virus. Mi riesce difficile credere realistico, per non dire sensato, che la strategia per uscirne vivi sia cercare a tutti i costi di evitare il virus indossando mascherine che, dichiaratamente, non possono filtrarlo e riempiendosi le mani di gel che, a lungo andare, deteriorano le normali protezioni dell’organismo.

Dunque, qual è il problema?

Ciò che ho osservato mi ha portato a due ordini di riflessioni.

Il primo riguarda il fatto che queste persone tendono più a ragionare come bambini piuttosto che come adulti. Seguono pedissequamente le istruzioni ricevute senza prendersi la briga di documentarsi in maniera critica. Non serve più pensare, ragionare, farsi domande, prendere decisioni e assumersi quei rischi che la vita fisiologicamente porta in seno. L’importante è eseguire ciecamente le istruzioni ché “andrà tutto bene”, con tanto di disegnini e arcobaleni (strumenti tipicamente utilizzati dagli adulti, no?).

Se sei tra queste persone, non fraintendermi. Non ti sto prendendo in giro. Sto solo osservando che l’atteggiamento, a livello di dinamica sottile, è puerile. È puerile nella misura in cui si demanda completamente la propria responsabilità ad altri. Né più, né meno di questo.

Essere adulti implica un altro tipo di approccio alla vita. Un approccio che non si dà alla fuga dalle difficoltà e dai problemi, ma, al contrario, gli va incontro, li attraversa e li trasmuta in occasioni di grande crescita interiore.

Tutto ciò mi ha portato alla seconda riflessione. Forse la questione non attiene tanto alla fisiologica paura di morire, quanto piuttosto alla paura di vivere: scegliere di chiudersi in casa (quando questa era ancora una scelta, almeno) perché fuori potremmo incontrare il famigerato virus che potrebbe ucciderci non è molto diverso da scegliere di chiudersi in casa perché fuori potremmo essere travolti e uccisi da un pirata della strada.

Il punto è che la sicurezza in natura non esiste: è un’illusione della mente. E questo, qualunque adulto, lo sa. E la crescita, per non dire la vita stessa, non è fatta di tanti tasselli di sicurezza messi uno dopo l’altro. Al contrario, da quando siamo nati fino a oggi abbiamo corso dei rischi, a cominciare dallo stesso atto di nascere! Abbiamo corso dei rischi perché la vita ce lo chiede; perché non c’è traguardo senza cammino prima, con tutte le sue incertezze.

Se lungo il cammino della tua storia hai perso le redini della tua vita, questo è il momento più adatto per riprenderle in mano. Comincia a osservarti, recupera la tua responsabilità ed ergiti a pieno titolo nell’Olimpo degli adulti.

Solo da lì potrai veramente godere di una vita piena di amore e felicità.

Sai, le pecore temono i lupi, ma alla fine è il pastore a portarle al macello. Tu cosa temi?

 

La mappa non è il territorio

Arthur Schopenhauer disse: «Ognuno prende i limiti del suo campo visivo per i confini del mondo.». Con poche parole riuscì a rendere un aspetto tanto semplice quanto fondamentale della natura umana. È spontaneo, per noi, porci al centro della nostra esperienza e usarci come metro della realtà. Non mi riferisco in questa sede tanto all’accezione egocentrica di questa considerazione, quanto piuttosto a un tratto più sottile, determinato dalla nostra capacità di percepire la realtà e, soprattutto, dalla nostra innata tendenza a interpretarla.

È quantomeno ingenuo ritenere di potere fare un’esperienza oggettiva della realtà. Tutto ciò di cui noi facciamo esperienza, infatti, è limitato da almeno due fattori:

  1. ciò che siamo in grado di percepire;
  2. l’interpretazione che diamo di ciò che percepiamo.

La percezione

Il primo di questi fattori è il più semplice, concettualmente parlando, da realizzare ed è sintetizzabile così: percepiamo unicamente ciò che è nelle nostre possibilità percepire. La nostra percezione della realtà avviene attraverso i cinque sensi e ognuno di questi ha i suoi limiti: non possiamo udire qualunque tipo di suono, non possiamo vedere qualunque tipo di luce e via discorrendo. Non mi soffermo in questa sede sulle implicazioni di questo concetto perché non è lo scopo di questo articolo. Quello che è importante capire e, soprattutto, accettare, è che esiste un universo intero che noi, semplicemente, non percepiamo. E il fatto di non percepirlo può indurci a credere che non esista, ma non è così. Negarlo significa comportarsi come i bambini che, nascondendosi dietro una tenda, credono di diventare invisibili solo perché loro non vedono più niente.

L’interpretazione

Il secondo fattore è quello che mi interessa invece illustrare in queste righe. Ciò che riusciamo a percepire, comunque, non arriva e non può arrivare in maniera oggettiva. La percezione è sempre e comunque filtrata tanto dai nostri organi di senso, tanto dalla nostra mente.

È umano e bisogna accettarlo, rinunciando alla pretesa di obiettività, per poter prendere atto delle proprie dinamiche e poterle trasmutare.

Ognuno di noi, nella sua testa, ha delle rappresentazioni di se stesso e del mondo circostante. Guardiamo a noi in un certo modo e, parimenti, guardiamo agli altri e alla vita in un certo modo. È importante realizzare che come noi guardiamo descrive qualcosa di noi, non degli altri. Ecco perché alla base di un serio lavoro di crescita personale c’è sempre l’auto-osservazione!

La mappa

Alfred Korzybski ha reso bene questo concetto con l’espressione «La mappa non è il territorio». La mappa, ovvero la tua rappresentazione della vita, non è la vita stessa. Prova a pensarci: sei mai stato attorno a un fuoco, la sera? Hai presente la sensazione dell’aria, l’odore dell’erba attorno, della legna, il crepitio del fuoco? Il peso, la consistenza, il colore dei tuoi pensieri e delle tue emozioni? E ora prova a immaginare, semplicemente, un fuoco di bivacco: ti trasmette le stesse sensazioni? Ovviamente no!

Questo esempio, nella banalità, ti dimostra come una rappresentazione di qualcosa non sia veramente quella cosa. Puoi rappresentare nella tua testa quei pensieri, quelle emozioni, ma l’esperienza non sarà mai identica a quella che si prova vivendola. Ed ognuno di noi vivrà quell’esperienza a modo suo. Non può essere che così.

E se ora ti chiedessi di pensare a qualcosa di lontano dalla tua esperienza diretta? Per esempio, hai mai pensato agli amori giovanili della tua vicina di casa novantenne dell’ultimo piano? Quanto scommettiamo che la sua esperienza sarà diversa dalla tua?

I significati

Il fatto è che noi possiamo sì percepire degli stimoli, ma uno stimolo, di per sé, non ha un significato intrinseco. Siamo noi ad attribuire significati. Lo stesso tramonto può far gioire te e piangere me. Il tramonto, in sé e per sé, non è che un tramonto.

Il significato che attribuisci a quel tramonto non è altro che il frutto della tua mappa.

Pensaci bene ogni volta che ti senti nella posizione di giudicare qualcuno. Se una bella donna, in strada, sorride a un passante, che fa? È una ragazza di cuore? È una svergognata? È innamorata? O forse è solo irresponsabile?

Tu non sei quella donna, è certo. Ed è altrettanto certo che ciò che, istintivamente, hai pensato e vissuto assistendo a quella scena potrà aiutarti concretamente a conoscerti meglio. Se osservi la tua reazione senza giudicarla potrai scoprire un altro pezzetto della tua mappa personale.

È importante che non ti giudichi per quello che provi. Ciò che hai pensato, ciò che hai provato, non sono altro che il frutto della tua mappa e non descrivono che persona sei. Al contrario, descrivono molto bene qual è la tua mappa.

Per esempio, osservando le tue emozioni e accettando che siano tue e solo tue, potresti accorgerti che un evento che quella donna ha vissuto con apparente leggerezza, per te, ha rappresentato una minaccia. Se resti presente a quella sensazione dove arrivi? Che cosa, nella tua storia o nella storia del tuo sistema, ti ha condizionato facendoti costruire quella mappa?

E ora che hai preso coscienza di questo tuo pezzetto di mappa, cosa progetti di fare in merito? Come sai, la responsabilità, ovvero la tua capacità di scegliere come agire, è fondamentale in un lavoro di crescita personale.

Quanti pezzi della tua mappa hai già scoperto? Cos’hai potuto osservare di te, riconoscendo quei pezzi di mappa?

Quando soffia il vento

Stiamo vivendo un periodo storico particolare. Se i nostri nonni hanno lottato per la loro libertà, sono fuggiti da persecuzioni, hanno vissuto la fame – noi oggi stiamo vivendo tutt’altro tipo di scenario. Uno scenario meno drammatico, una battaglia che si combatte più nella nostra mente che sui campi di battaglia o nelle persecuzioni razziali. È il momento di essere adulti.

La mia esperienza personale

Sono ormai 15 anni che mi dedico al soccorso sanitario. Si può dire che sia un’altra faccia della mia anima. In questo momento storico così particolare, dunque, mi sto dedicando anche a dare una mano “sul campo” oltre che attraverso la mia libera professione olistica.

In servizio su ambulanze del 118 in una città come Milano, considerata oggi come l’epicentro di questa epidemia, ho potuto sondare personalmente la portata di questo fenomeno così importante. In particolare, ho potuto appurare come ognuno di noi -da questa e dall’altra parte della mascherina- stia vivendo al suo interno questa situazione.

Personalmente, ho cominciato a pormi qualche domanda quando la cittadinanza, dai balconi, ha cominciato ad applaudirci al passaggio con l’ambulanza. I motociclisti e gli automobilisti, incrociandoci, ci salutavano acclamandoci come salvatori della patria. Fuori dagli ospedali hanno cominciato a spiccare striscioni “Medici e infermieri siete i nostri eroi”. Poi sono apparse le bandiere tricolori passando per flash mob patriottici che non vedevo dall’ultima volta che l’Italia vinse i mondiali di calcio.

Tutto questo osannare il personale sanitario e sociosanitario mi era già apparso di per sé sintomatico, ma non era ancora finita.

Già, perché poi sono apparsi gli slogan “Andrà tutto bene“. Ovunque. E su ogni social è cominciata la propaganda “Io resto a casa”. A quel punto, ognuno si è sentito legittimamente in dovere di dire agli altri cosa fare: “stai a casa”, “pensa ai più deboli”, “per colpa tua rischio io”.

Di questi tempi io a casa ci sto ben poco. Sono sempre in giro, passando da una missione di soccorso all’altra. Ormai, più di 8 missioni su 10 sono per sospetti casi di COVID-19. Riesco a vedere poco la mia famiglia, ma vedo quotidianamente il resto della popolazione, e ciò che vedo mi lascia perplesso.

Potrei scrivere pagine e pagine di testimonianze su ciò che sto osservando. Chi ci osanna, chi scappa da noi, chi grida di paura, chi ha smesso di fare servizio, chi è pronto ad aggredire il proprio vicino di casa nel dubbio che sia contaminato. E chi si prende cura dei propri cari, indossando sì i dispositivi protettivi, ma senza per questo vivere il prossimo suo come una minaccia. Chi si dedica al volontariato. Chi è rimasto un essere umano e non un potenziale untore da eliminare.

Di tutto questo, tuttavia, ciò che mi ha fatto riflettere di più è riassumibile nell’immancabile “Andrà tutto bene” che campeggia ovunque.

Essere adulti

Partiamo dal significato di essere adulti. Ne ho già discusso ampiamente, commentando un testo stupendo di Janusz Korczak. In questo testo, c’è un passaggio che recita:

Adulto è chi si assume le proprie responsabilità, ma non quelle come timbrare il cartellino, pagare le bollette o rifare i letti e le lavatrici. Ma le responsabilità delle proprie scelte, delle proprie azioni, delle proprie paure e delle proprie fragilità.Responsabile è chi prende la propria vita in carico, senza più attribuire colpe alla crisi, al governo ladro, al sindaco che scalda la poltrona, alla società malata, ai piccioni che portano le malattie e all’insegnante delle elementari che era frustrata e le puzzava il fiato.

Alla luce di questo passaggio, la domanda che mi sono posto è: “Cosa c’è di adulto nello slogan Andrà tutto bene?”. Quello che vedo, in chi sostiene questo slogan, è un atteggiamento di negazione, un non voler vedere la situazione attuale coprendosi gli occhi e sperando che un domani, magicamente, sparirà tutto.

In altre parole, dietro a uno slogan solo apparentemente foriero di speranza, vedo una netta negazione della realtà e tanta, tanta paura. Negazione della propria responsabilità personale a fronte di un affidarsi cieco, come bambini impauriti, a dei “grandi” che possano salvarci, stile Marvel: gli “eroi” negli ospedali e sulle ambulanze.

Se è pur vero che oggi è importante ricordarsi di essere umani e agevolare atteggiamenti solidaristici -come del resto dovrebbe esserlo sempre, no?-, è altrettanto vero che tutto ciò non può accadere a discapito dell’accettazione della realtà e dell’assunzione di un atteggiamento responsabile a riguardo. 

Accettare la realtà

Accettare la realtà è il passaggio fondamentale per poterla trasmutare. Non è possibile risolvere una situazione che non si è disposti ad accettare. Qualunque conflitto, qualunque problema, qualunque situazione deve essere vistaaccettata. Bisogna osservarla, restarci presenti, sentire le proprie emozioni a riguardo. Ognuno gioca con le carte che gli danno: in questo momento storico le nostre carte sono queste. E quindi?

Spesso mi sento rispondere: “Non è così facile.”. È vero, a volte non lo è. Ma è sempre possibile. A volte non è facile solo perché non si sa come farlo. Dunque desidero aiutarti in questo processo lanciandoti una piccola provocazione: e se questa situazione non dovesse finire mai?

Ogni tanto penso a come potesse essere la vita durante la seconda guerra mondiale. Mentre la si viveva, probabilmente, non si riusciva a vederne la fine. Come avrebbero potuto sopravvivere i nostri antenati per un numero imprecisato di anni solo chiudendo gli occhi e sperando che un domani tutto sarebbe stato diverso grazie all’intervento di qualcun altro? Non sarebbe stato possibile! La realtà di quegli anni era quella ed è stato necessario accettarla e adattarvisi per poterne uscire.

La tempesta

Disse Gandhi:

La vita non è aspettare che passi la tempesta, ma imparare a ballare sotto la pioggia.

Vivere (responsabilmente e da adulti) non è aspettare che passi il COVID-19 raccontandosi che andrà magicamente tutto bene un domani. Vivere (responsabilmente e da adulti) è imparare a essere vivi anche durante questa epidemia. Oggi. Ora.

Dunque, se questa epidemia dovesse durare per sempre, cosa faresti? Come cambieresti il tuo modo di pensare, il tuo modo di rapportarti alla vita? Quali cambiamenti interiori saresti disposto a fare? Cosa, di te, saresti disposto a mettere in discussione per vivere oggi? Come potresti crescere, o continuare la tua crescita personale, in questa situazione? In che modo potrebbe tramutarsi in un’esperienza potenziante per te?

Imperversa la tempesta, il vento soffia: costruirai muri o mulini a vento?

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